EDITORIALE Perchè ora che il Milan ha ingranato escono le voci su Leonardo in discussione?

Al Bollettino non piace correre dietro alle voci. Così come cerca di non farsi sedurre da accattivanti polemiche. Ma ci sono circostanze in cui anche le indiscrezioni difficili da confermare possono nascondere quel fondo di verità che le rende interessanti per un commento, una spiegazione, un’analisi. Come quando un tempo si diceva che dietro ogni leggenda c’è il suo fondo di verità

E’ il caso delle voci che qualche sito ha raccolto relativamente al fatto che Leonardo dovrebbe “guadagnarsi” la fiducia di Elliott mettendo a segno almeno due colpi di primo piano questa estate, per portare in dote a Gennaro Gattuso un centrocampista di qualità e un esterno rapido e abile ad andare in rete, per affrontare al meglio l’eventuale qualificazione in Champions League.

In altre parole, Leonardo torna in discussione, Lo era già stato dopo l’estate, quando la sua campagna acquisti ha rischiato di essere fallimentare. Caldara subito infortunato, Higuain lontano parente del centravanti dei record, Laxalt più che deludente, Castillejo poco utilizzato, Bakayoko bocciato dopo la prima partita a Napoli.

Poi, il paziente lavoro di Gattuso che non ha lasciato indietro nessuno e il doppio blitz con il quale ha battuto la concorrenza del Psg per Lucas Paquetà e del Napoli per Krzysztof Piatek, hanno cambiato la stagione del Milan. La coppia dei neo acquisti è già una certezza certificata unanimamente da critici e addetti ai lavori; Bakayoko è diventato uno dei migliori centrocampisti del campionato, Caldara sta per tornare e anche Castillejo e Laxalt quando vengono chiamati danno il loro contributo. Per non parlare di Higuian, oramai dimenticato e abbandonato dai tifosi al suo autunno londinese, grazie ai gol in serie  del centravanti polacco.

E se anche c’è stato uno scontro (è noto che Gattuso è stato difeso soprattutto da Paolo Maldini, mentre Leonardo avrebbe voluto un allenatore di grande esperienza), dopo il mercato di gennaio è stata firmata la pace. E ora dovranno lavorare assieme per il mercato di giugno.

Perché come ci ha insegnato il poeta, gli esami non finiscono mai. E, soprattutto, Leonardo dovrà dimostrare tutte le sue doti di direttore sportivo, trovando due pedine fondamentali per consentire alla squadra una nuova “mega-evoluzione”, facendo spendere il meno possibile a Elliott, restare nei parametri del fair play finanziario e contribuire al bilancio firmato dall’ad Ivan Gazidis. Perlomeno, è questo quanto si si legge in alcuni siti che cominciano ad anticipare quanto accadrà da qui al prossimo giugno.

Ma perché lo si scrive? Cosa c’è di vero? E perchè proprio ora? Secondo alcuni, sullo sfondo c’è sempre la diversità di vedute tra Leonardo e Gattuso, con il primo che rimprovera all’allenatore un gioco sempre troppo prudente e sparagnino nonostante ora sia stato dotato di giocatori di qualità. Secondo il Bollettino, invece, le voci sono solo il sintomo del fatto che al Milan – dopo anni – il barometro è tornato a segnare bel tempo. La squadra gira, la difesa non prende gol, il quarto posto si è consolidato dopo la vittoria contro l’Atalanta, lo spogliatoio è compatto, i prossimi turno sulla carta sono favorevoli.

In pratica, di che si scrive? Non tanto per trovare la polemica a tutti i costi, ma per tenere viva l’attenzione dei tifosi? Come coprire la distanza tra una partita e un’altra?

E il fondo di verità di cui si diceva? In una società che ha appena iniziato il suo percorso per tornare grande, qualche scossa di assestamento ci può stare. Solo fino a qualche settimana fa, Gattuso ha dovuto battersi prima per impedire la cessione di Calhanoglu al Lipsia e poi per resistere a chi lo voleva destinato alla panchina per scarso rendimento. Gattuso ha resistito e, per ora, ha avuto ragione. Ci può stare che ci sia qualche visione differente, qualche idea diversa su chi dovrà restare e chi può essere sacrificato sull’altare del bilancio. Dinamiche comprensibili, nulla di drammatico. Soprattutto quando le cose vanno bene….

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Il Milan ringrazi Higuain: ha perso un ex campione e guadagnato Piatek (che vale già il doppio)

Doveva essere il giocatore simbolo, il centravanti che a suon di reti doveva riportare il Milan in Champions League dopo sei anni. E, in effetti, così è stato, anche se questo potrebbe avvenire ben oltre le sue intenzioni.

Il Milan, tutto sommato, deve ringraziare Gonzalo Higuain. Non tanto per i gol realizzati (solo sei in campionato), ma per aver deciso di trasferirsi a Londra a metà stagione, costringendo così Leonardo a correre ai ripari e anticipare una mossa di mercato prevista, con tutta probabilità, per la prossima estate.

E’ un fatto: mentre Higuain segnava con il contagocce (due sole reti anche in Europa League contro squadre modeste), Piatek ha avuto un inizio mostruoso, con sei reti in cinque partite giocate. E mentre l’argentino pare essere diventato un ex campione (anche in Premier solo due gol finora e contro l’ultima in classifica), Piatek sta diventando uno degli attaccanti più seguiti d’Europa. Oltre che più prolifici. Con Higuain, il Milan è sceso al di sotto del quarto posto, mentre i gol del polacco consentono ai tifosi di sognare persino il sorpasso sull’Inter; il Chelsea (appena eliminato anche dalla Fa Cup), rischia di non partecipare alla prossima edizione della Champions. E se così fosse, per l’argentino sarebbe inevitabile il ritorno alla Juventus.

Per il Milan una doppia fortuna: non solo sportiva ma anche economica. Mentre Higuain tornerebbe alla Juventus con il fardello di un super stipendio (oltre 9 milioni all’anno), ma con un valore di cartellino deprezzato, al contrario il Milan potrebbe ritrovarsi tra le mani un tesoretto. Secondo gli esperti, Piatek vale già ora il doppio: segnava tanto anche nel Genoa (e infatti il suo valore dai 4 milioni pagati da Preziosi in estate è già lievitato a 35), ma il fatto di segnare tanto in una delle squadre più famose al mondo amplifica la sua quotazione. Figuriamoci se il Milan dovesse vincere la Coppa Italia, dove parte con il favore dei bookmakers.

Gattuso ha bloccato le cessioni di Musacchio e Calhanoglu: ma in estate cambia tutto, a cominciare da Suso…

Se c’è un merito riconosciuto a Gennaro Gattuso è il fatto di aver sempre difeso i suoi giocatori. Gattuso ha una parola per tutti e non ha atteggiamenti “doppi”: quello che pensa di un giocatore non lo tiene nel chiuso dello spogliatoio, se capita lo ribadisce anche in conferenza stampa.

Non solo: se un giocatore si mette a completa disposizione sua e della squadra, Gattuso lo difenderà sempre più di quanto tuteli la sua panchina. Lo si è visto persino con il caso Higuain, come ha dimostrato la corsa e l’abbraccio dell’argentino verso la panchina in occasione del suo ultimo gol in maglia rossonera contro la Spal. Ancora pochi giorni fa Gattuso lo ha voluto sottolineare: “Non mi sentirete mai infamare qualcuno. Se parlo male, è perchè mi hanno mancato di rispetto e Higuain non l’ha fatto. Forse non era nelle condizioni di esprimersi al massimo, qualcosa di suo ce l’ha messo. E’ stato un onore allenarlo”.

E Se Gattuso ha sempre difeso Higuain fino all’ultimo (vi ricordate quando diceva “Non credo vada via, a me non lo ha ancora detto”…), figuriamoci quanto si spende per chi rimane. Per non parlare di quelli che ha impedito che se ne andassero. E qui ci tocca parlare di un’altra corsa a perdifiato verso la panchina dopo un gol quanto mai liberatorio. Stiamo ovviamente parlando di Hakan Calhanoglu: dopo aver cercato il gol in tutte la maniere, fallendo occasioni che sembrava più difficile sbagliare, il fantasista turco ha segnato il raddoppio con l’Atalanta con un missile terra-aria e si è precipitato versoi Gattuso sfuggendo all’abbraccio dei compagni che pure lo braccavano.

Gattuso lo ha commentato così “Quando giocava in Germania, buttava giù le porte. In questi mesi ha sempre messo impegno e garra, non possiamo dirgli niente. E’ in ripresa, l’abbraccio con lui lo condivido con tutti”. In realtà, il tecnico ha fatto molto di più: non solo la ha difeso facendolo giocare sempre titolare anche quando sarebbe stato anche facile farne un capro espiatorio, ma a gennaio ha anche bloccato la sua cessione.

Gattuso si è messo dalla sua parte per almeno due motivi. Chalanoglu è stato in sofferenza per le difficoltà di chi non gioca nella sua posizione preferita e per l’uscita di scena di Jack Bonaventura per infortunio, con il quale aveva formato un buon sodalizio l’anno scorso. C’è voluto l’inserimento di un giocatore di grande itelligenza calcistica come Lucas Paquetà per ritrovare il Calhanoglu capace di scambiarsi di posizione con la mezzala e tornare ad essere pericoloso. E Gattuso che ha saputo aspettarlo è stato ripagato prima con la dedizione totale allo schema e con il gol che, con tutta probabilità, ha tagliato le gambe all’Atalanta.

Pensare che Calhanoglu è stato a un passo dal tornare in Germania, in particolare al Lipsia. Facilitato anche dal fatto che il Milan non avrebbe fatto plusvalenza (attorno ai 20 milioni l’offerta dei tedeschi), Gattuso ha preteso che il giocatore turco rimanesse in rosa. E se continuerà su questi livelli, Gazidis e Leonardo dovranno ringraziere il tecnico anche per una sua rivalutazione.

Lo stesso, a quanto pare, è accaduto anche con Mateo Musacchio. Il centrale argentino ha avuto offerte della Premier, Watford e Fulham, ma anche in questo caso Loenardo si è trovato di fronte al muro di Gattuso. A differenza di quello di Trump, serve ad impedire di uscire da Milanello. Per Gattuso, Musacchio è il giocatore che ogni allenatore sogna: affidabile, pur non essendo un campione, quando è in campo, uomo spogliatoio e di grande carisma quando non parte titolare. Senza mai una polemica nella lunga striscia in cui è rimasto in panchina. E anche Musacchio sta ripagando Gattuso, avendo sostituito con prestazioni sempre oltre la sufficienza Christian Zapata. E tenendo in caldo il posto per Mattia Caldara, oramai pronto al rientro.

E’ chiaro che a giugno si cambia. Il Milan non potrà solo acquistare, per quanto le risorse ci sono e la Uefa ha fatto capire che modificherà le regole del Fair play finanziario. A qualcosa dovrà rinunciare, se in cambio Gattuso se avrà la sicurezza di una rosa che andrà a migliorarsi. I principali indiziati sono i giocatori da cui è più facile ricavare plusvalenze di un certo peso: i giovani cresciuti a Milanello come Donnarumma, Calabria e Cutrone. Così come Suso che venne acquistato giovanissimo per poco o niente dal Liverpool. Ma difficilmente il Milan si proverà del portierone e dei giovani che sono nel giro della Nazionale. Diverso il discorso sullo spagnolo. E non tanto perché ultimamente il suo rendimento non è dei migliori: Gattuso vi direbbe che si sacrifica per la squadra e che lo costringe a fare il terzino…..

Alzi la mano (e la voce) chi contesta ancora Gattuso: il Milan ha il suo allenatore del futuro

Il Bollettino riconosce che la domanda sia quanto mai provocatoria, ma l’abbiano trattenuta a lungo e ora non possiamo esimerci: dove sono finiti tutti i contestatori di Rino Gattuso? Dove sono tutti i tifosi, che ancora pochi giorni fa, sostenevano che Gattuso non fosse un allenatore da grande club e che non potesse guidare il Milan nemmeno nel caso in cui rossoneri si qualifichino per la Champions League? E dove quelli che reclamavano Antonio Conte come salvatore della baracca di Milanello?

Partita dopo partita, soprattutto dopo essere tornato a insediarsi al quarto posto, Gattuso ha visto le schiere dei suoi detrattori farsi sempre più sottili, fino a diventare quasi trasparenti. Sui meriti del tecnico ex campione del Mondo abbiamo detto in modo approfondito nell’articolo precedente. Va elogiato per come ha saputo ridare, in primis, solidità difensiva alla squadra, come abbia saputo correggerne gli errori (a cominciare dai suoi) e come abbia saputo inserire alzare il livello del gioco non appena Leonardo&Maldini gli hanno portato due giocatori di qualità come la premiata coppia Paquetà&Piatek. Ora deve soltanto trovare il modo di far giocare anche chi è rimasto fuori dall’undici titolare che ha saputo passare indenne dal trittico contro Napoli, Roma e Atalanta. Affinché non si intristiscano in panchina (il Bollettino continua a pensare che Conti non possa stare fuori, anche se è difficile non far giocare Calabria in questo momento)

Ma di questo passo, soprattutto se Piatek riuscirà a mantenere questo livello di rendimento, il Milan diventa uno dei favoriti per la corsa al quarto posto. E non è detto che i rossoneri, assieme alla Roma non riescano ad avvicinarsi anche all’Inter, con i nerazzurri che hanno avuto un avvio di girone di ritorno più facile a livello di calendario.

Con questi numeri e se dovesse arrivare nei primi quattro, sarà per forza di cose Gattuso a guidare il Milan nel suo ritorno in Champions dopo sei anni. Va dato atto ai dirigenti, Maldini su tutti, di aver difeso il lavoro di Gattuso anche nei momenti difficili. Come sottolineato a suo tempo dal Bollettino, un club che vuole tornate grande non può cambiare tecnici come si cambia una giacca: per farlo bisogna avere un progetto alternativo di lungo periodo. Sempre che si trovi un allenatore che accetti di arrivare in corsa sapendo che potrebbero non arrivare subito i risultati sperati.

Tra l’altro, Gattuso aveva anche l’alibi della lunga catena di infortuni che ha penalizzato il Milan; per non parlare della chimica mai scattata tra Higuain e il resto della squadra. Per averne la riprova basta guardare la classifica: se solo l’argentino avesse segnato almeno 10 gol alla fine del girone di andata, i rossoneri potrebbero comodamente avere 6-8 punti in più e occupare con tutta tranquillità il terzo posto.

La stagione di Gattuso assomiglia sempre di più al primo anno al Milan di Arrigo Sacchi, quando alcune sconfitte e l’eliminazione dalla Coppa Uefa fecero traballare la sua panchina a inizio anno. Certo la stagione di Gattuso non finirà con il tricolore sul petto come accadde all’uomo di Fusignano. Ma il ritorno in Champions si potrebbe considerare un trofeo di tutto rispetto, per non dire che potrebbe arrivare anche la Coppa Italia, dove il Milan parte con il favore dei bookmakers.

Milan, Gattuso sempre più vicino alla riconferma mentre i suoi detrattori che fine hanno fatto?

Il Bollettino riconosce che la domanda sia quanto mai provocatoria, ma l’abbiano trattenuta a lungo e ora non possiamo esimerci: dove sono finiti tutti i contestatori di Rino Gattuso? Dove sono tutti i tifosi, che ancora pochi giorni fa, sostenevano che Gattuso non fosse un allenatore da grande club e che non potesse guidare il Milan nemmeno nel caso in cui rossoneri si qualifichino per la Champions League? E dove quelli che reclamavano Antonio Conte come salvatore della baracca di Milanello?

Partita dopo partita, soprattutto dopo essere tornato a insediarsi al quarto posto, Gattuso ha visto le schiere dei suoi detrattori farsi sempre più sottili, fino a diventare quasi trasparenti. Sui meriti del tecnico ex campione del Mondo abbiamo detto in modo approfondito nell’articolo precedente. Va elogiato per come ha saputo ridare, in primis, solidità difensiva alla squadra, come abbia saputo correggerne gli errori (a cominciare dai suoi) e come abbia saputo inserire alzare il livello del gioco non appena Leonardo&Maldini gli hanno portato due giocatori di qualità come la premiata coppia Paquetà&Piatek. Ora deve soltanto trovare il modo di far giocare anche chi è rimasto fuori dall’undici titolare che ha saputo passare indenne dal trittico contro Napoli, Roma e Atalanta. Affinché non si intristiscano in panchina (il Bollettino continua a pensare che Conti non possa stare fuori, anche se è difficile non far giocare Calabria in questo momento)

Ma di questo passo, soprattutto se Piatek riuscirà a mantenere questo livello di rendimento, il Milan diventa uno dei favoriti per la corsa al quarto posto. E non è detto che i rossoneri, assieme alla Roma non riescano ad avvicinarsi anche all’Inter, con i nerazzurri che hanno avuto un avvio di girone di ritorno più facile a livello di calendario.

Con questi numeri e se dovesse arrivare nei primi quattro, sarà per forza di cose Gattuso a guidare il Milan nel suo ritorno in Champions dopo sei anni. Va dato atto ai dirigenti, Maldini su tutti, di aver difeso il lavoro di Gattuso anche nei momenti difficili. Come sottolineato a suo tempo dal Bollettino, un club che vuole tornate grande non può cambiare tecnici come si cambia una giacca: per farlo bisogna avere un progetto alternativo di lungo periodo. Sempre che si trovi un allenatore che accetti di arrivare in corsa sapendo che potrebbero non arrivare subito i risultati sperati.

Tra l’altro, Gattuso aveva anche l’alibi della lunga catena di infortuni che ha penalizzato il Milan; per non parlare della chimica mai scattata tra Higuain e il resto della squadra. Per averne la riprova basta guardare la classifica: se solo l’argentino avesse segnato almeno 10 gol alla fine del girone di andata, i rossoneri potrebbero comodamente avere 6-8 punti in più e occupare con tutta tranquillità il terzo posto.

La stagione di Gattuso assomiglia sempre di più al primo anno al Milan di Arrigo Sacchi, quando alcune sconfitte e l’eliminazione dalla Coppa Uefa fecero traballare la sua panchina a inizio anno. Certo la stagione di Gattuso non finirà con il tricolore sul petto come accadde all’uomo di Fusignano. Ma il ritorno in Champions si potrebbe considerare un trofeo di tutto rispetto, per non dire che potrebbe arrivare anche la Coppa Italia, dove il Milan parte con il favore dei bookmakers.

Milan brutto, cinico e micidiale: contro l’Atalanta è nata una Squadra (grazie alle ossessioni di Gattuso)

La vittoria contro l’Atalanta vale triplo: per i tre punti, perché ottenuta contro una diretta concorrente alla Champions e perché a Bergamo è “nata” una Squadra. Per quanto non giochi un calcio esaltante (perché la Juventus di Allegri lo ha mai fatto?), per quanto abbia saputo sfruttare rimpalli della difesa e calci piazzati, il Milan ha vinto non solo perché ha segnato di più, ma anche perchè ha meritato, dominando una delle squadre più in forma del campionato per tutto il secondo tempo. Come ha ammesso lo stesso Gasperini: e quando arrivano i complimenti dagli avversari c’è ben poco da aggiungere.

Ma quello che è accaduto a Bergamo è la “rinascita” di una squadra. Si era detta che poteva essere la svolta della stagione e così, è stato. Come tutte le vere squadre il Milan non si è fatto abbattere una volta andato in svantaggio e ha rimediato alla prima occasione utile:  vero che Piatek trasforma in oro qualsiasi cosa arrivi in area, ma è anche vero che il Milan non ha mai mollato. E nella ripresa, una volta che l’Atalanta ha smesso di correre con la foga del primo tempo ed esaurendosi il pressing, il Milan è diventato padrone del campo. Come tutte le vere squadre ha colpito con cinismo appena si è presentata l’occasione: un rinvio maldestro, ha sbloccato Hakan Calhanoglu che non andava in rete dal maggio scorso. Il corpo del ko micidiale è arrivato su calcio d’angolo: mai aveva segnato su corner in Milan in questo campionato e in precedenza aveva realizzato di testa solo con Cutrone contro la Sampdoria.

Se i segni del Destino hanno un senso, ieri il Milan ha fatto il pieno. Ma la fortuna va meritata. E qui, il merito va riconosciuto a Rino Gattuso. Le Squadre nascono da una ossessione e dagli allenatori che sanno conquistare i giocatori perché se ne lasciano conquistare. Per il bene del gruppo. “Qualche giocatore si lamenta perchè gli tocca fare il terzino”, ha commentato Gattuso. Aggiungendo “Ma ci sono momenti della partita in cui bisogna anche fare i terzini”.

La prima ossessione di Gattuso è prendere meno gol possibili. Perché la legge del calcio numero uno dice che se non pendi gol, al massimo pareggio. Ma se hai Piatek dalla tua parte non è escluso che prima o poi il pistolero centri il bersaglio grosso. Così dalla fine di novembre in avanti, il Milan – grazie al lavoro martellante di in allenamento sui movimenti difensivi – è diventata la squadra che ha preso meno reti in Europa assieme al Barcellona. La seconda ossessione di Gattuso è trovare un undici titolare che garantisca “equilibrio”: ora l’ha trovato e la prossima sfida sarà inserire chi scalpita a cominciare da Lucas Biglia e Andrea Conti.

La terza ossessione di Gattuso si chiama “fatica”: “Ci stiamo allenando all’inglese, ecco perché ogni tanto do un giorno di riposo in più”. Come sosteneva il grande mezzofondista Emil Zatopek, in allenamento bisogna morire di fatica, perché in gara ci si possa divertire. Non a caso, il Milan emerge sempre nel secondo tempo, quando gli altri si fermano o si spiaggiano. E questo non sarebbe possibile se non ci fosse la disponibilità di tutto il gruppo: segno evidente che Gattuso ha in mano la squadra e ha saputo conquistarsi il rispetto dei giocatori.

Si dovrebbe poi parlare dei meriti di paolo Maldini che ha difeso Gattuso nei momenti difficili e di Leonardo che ha scommesso forte su Lucas Paquetà e ha saputo sostituire Gonzalo Higuain con Krzyzstof Piatek. Ma ci sarà tempo per parlarne ancora.

 

 

 

Juventus, per ora (bond a parte) Ronaldo è un costo e il bilancio sarà in rosso per altri tre anni

Indubbiamente è stato un successo di immagine. Sicuramente ha spinto la Juventus in Borsa e contribuito non poco al buon collocamento del bond da 750 milioni. Ma l’operazione che ha portato Cristiano Ronaldo a Torino rischia di costare cara alla Juventus. A giugno, il prossimo bilancio sarà chiuso in rosso e lo stesso avverrà con ogni probabilità anche per i due esercizi successivi, con oltre 160 milioni di perdite che si accumuleranno in tre anni. Da qui l’assoluta necessità di andare avanti il più possibile in Champions, per evitare di accumulare altre passività. E di ricorrere, per forza di cose, al player trading, quella che un tempo era la compravendita di giocatori con la quale riuscire e tenere in sesto il bilancio.

Molti lettori del Bollettino ci hanno chiesto di analizzare le ultime operazioni finanziarie della Juventus, per capire se l’ingaggio di Cr7 non sia stato il classico passo più lungo della gamba. Cerchiamo di farlo, analizzando i pro e i contro e lasciare il lettore la decisione finale,

Star a Piazza Affari. Con l’arrivo del campione portoghese, la Juventus ha scalato posizioni nella classifica della Borsa, dove è quotata dalla fine del 2001. Da luglio, da quando Cr7 è stato ingaggiato ufficialmente, le azioni hanno aumentato il loro valore del 107 per cento. Una crescita che ha consentito alla società degli Agnelli di entrare nel listino dei primi 40 titoli di Piazza Affari, una sorta di Serie A finanziaria, dove ora la Juventus vale quasi come il Monte dei Paschi. Per ironia della sorte, la Juventus ha preso il posto di due società della galassia Berlusconi, Mediaset e Mediolanum.

Un bond da “campioni”. L’exploit finanziario ha consentito alla Juventus di chiedere soldi in prestito non alle banche, ma al mercato: nei giorni scorsi ha piazzato un “bond” da 175 milioni per cui pagherà per i prossimi cinque anni un tasso del 3,5%, Ci sono società e banche che pagano molto di più, questo significa che gli investitori hanno fiducia: del resto hanno alle spalle un grande gruppo imprenditoriale e la società è solida. Il fatto di avere in rosa il calciatore più forte del mondo fa il resto.

Ma i debiti salgono. I soldi incassati permetteranno di rivedere al meglio l’esposizione con le banche, risparmiando sul costo del debito. Anche perché la situazione finanziaria comincia a mostrare i primi scricchiolii. I debiti complessivi sono saliti, nel giugno scorso, a 310 milioni, raddoppiati rispetto all’anno precedente. Per ripagarsi il costo di Cr7 (112 milioni al Real, più 60 lordi di ingaggio all’anno) nessuno crede più che sarà sufficiente aumentare la vendita delle magliette. E le entrate da stadio, per anni il vero “motore” finanziario che ha permesso alla Juventus di distaccare nettamente tutte le avversarie, non bastano sicuramente. Soprattutto per la capienza ridotta, rispetto ai grandi impianti dei club più prestigiosi: senza contare che dopo le inglesi e il Bayern, anche Real, Barcellona, Milan e Inter hanno avviato progetti all’avanguardia.

Tre anni in rosso. All’indomani del collocamento positivo del bond, nel mondo della finanza c’è chi ha fatto i conti in tasca alla Juventus. Il risultato è comparso in uno studio di Banca Imi (gruppo Intesa San Paolo), dove si prevede che la Juventus non solo chiuderà in negativo il bilancio del prossimo giugno (come ammesso dalla stessa società), ma lo stesso avverrà anche nei due bilanci successivi. Secondo l’analista finanziario (così si chiamano coloro che fanno le pulci ai conti delle società quotate in Borsa), La Juventus avrà una perdita di 68 milioni nella stagione 2018-19, 62 in quella successiva e 26 in quella dopo ancora. Poi dovrebbe tornare in attivo. Certo, si tratta di previsioni in base alla situazione attuale e gli sviluppi prevedibili. I conti potrebbero anche migliorare, se – per esempio – ci fossero altri contratti come quello appena rivisto con Nike, che pagherà 51 milioni fino al 2027 per legarsi ai bianconeri. Ma anche in peggio se dovesse esserci qualche annata storta in Champions.

Ricavi avanti piano. La Juventus ha anche un problema di crescita. Il giro d’affari sale ancora troppo lentamente. I bianconeri hanno perso una posizione nella classifica dei ricavi in Europa appena stilata dalla società specializzata Deloitte (sono scesi dal decimo all’undicesimo posto) e la stessa Banca Imi prevede che nel giro di tre anni, il fatturato salga ma non oltre il 18%, da 504 a 597 milioni e la redditività ancora meno (più 15%).

Plusvalenze “miracolose”. Per sostenere il bilancio diventa così inevitabile il ricorso al player trading. Del resto, si potrebbe anche dire che l’ingaggio di Cr7 è figlio della plusvalenza clamorosa ottenuta con la cessione di Paul Pogba, che ha permesso di chiudere l’anno scorso con un bilancio da record. Ma non sempre è possibile un colpo del genere. Ora potrebbe accadere qualcosa di simile (anche se non paragonabile) se fosse messo sul mercato Paulo Dybala. Ma che sia una strada obbligata lo ha dimostrato quanto appena accaduto con le ultime operazioni che hanno “sollevato più di una perplessità da parte della stampa economica”, come ha scritto il quotidiano specializzato Mf che ha parlato anche di “ombre” sulla capacità della Juventus di dominare il calciomercato. Ci riferiamo ovviamente alla cessione del portiere Emil Audero alla Sampdoria, un 22enne al primo anno di Serie A per 20 milioni, quando solo in estate la Juve aveva ingaggiato l’esperto Mattia Perin, numero due della Nazionale, solo per 15. Per non parlare dei due giovani Cerri e Mandragora, in orbita Under 21, finiti rispettivamente al Cagliari (dove non gioca praticamente mai) per 8 milioni e all’Udinese per altri 20. Anche se il caso più clamoroso è quello di Stefano Sturaro, passato al Genoa per 16, 5 milioni, dopo che i bianconeri lo aveva rilevato proprio dal club del presidente Preziosi quattro anni prima per 5. Una somma che non si spiega con le sue prestazioni: 64 presenze e 2 gol in tre anni di Juve, mentre l’anno scorso in prestito allo Sporting Lisbona è stato fermo per un infortunio.

Un domani da decifrare. Come si vede, non si può dire che la Juventus non sia in un momento positivo. Come dimostra il bond per cui paga un tasso che nessuna squadra di calcio aveva mai ottenuto così basso. Ma le incognite rimangono e anche per i bianconeri il futuro è meno radioso. Da un lato dovranno dimostrare che l’ingaggio di Ronaldo non è solo positivo per i risultati sportivi e dall’altro dovranno cominciare a vedersela con il ritorno di Milan e Inter. La fdittatura bianconera potrebbe essere alla fine del suo ciclo.