Milan, i sette motivi per essere fiduciosi in vista del derby (nonostante tutto)

Dopo la partita con il Verona, bisognerebbe spiegare i tanti perché di una squadra che appare ancora confusa. Con un gioco poco brillante e poco veloce. Con giocatori ancora alla ricerca della loro migliore collocazione. E un allenatore “talebano” (come da sua definizione) che prosegue imperterrito sulle sue scelte, con poche concessioni ai tifosi e – diciamolo – al senso pratico. Così come bisognerebbe spiegare (anche se il Bollettino in parte l’ha già fatto) perché i nuovi non possano partire mai titolari (solo Bennacer con il Brescia, ma viene da pensare che sia avvenuto solo perché Biglia era infortunato). O che fine hanno fatto alcuni giocatori di cui non si hanno notizie da tempo, tra infortunati (Bonaventura, Conti, Caldara) e ultimi arrivati (Krunic, Leao, Duarte). Ma siccome appassionati, critici e giornalisti stanno parlando solo di questo, il Bollettino vuole giocare in contropiede e parlare d’altro. E guardare già al derby di sabato prossimo. Perché ci sono almeno sette buoni motivi per non essere così pessimisti come la maggior parte dei tifosi. Vediamoli nel dettaglio. DIFESA AL VERTICE. Assieme all’Inter, il Milan ha la migliore difesa della Serie A, dopo le prime tre giornate. Un solo gol preso e pochissime occasioni concesse (un paio a partita, non di più). Non a caso, l’unica rete è arrivata su calcio da fermo. Altre squadre sono colabrodi (Napoli 7 reti subite, Roma e Atalanta 6) e anche la Juventus non ha la solita solidità difensiva (3 reti subite). E’ vero che con i 3 punti sarebbe meglio privilegiare il gioco d’attacco, perché se vinci uno a zero, fino all’ultimo secondo un gol su ribattone o su autorete lo puoi sempre prendere. Ma è anche vero che le squadre si costruiscono dalla difesa e che se non prendi mai gol come minimo la pareggi. Il derby sarà un test molto interessante, visto che l’Inter ha il terzo attacco del campionato con 7 reti. DONNARUMMA SUPER. Non a caso Giampaolo ha iniziato a ricostruire la squadra proprio dalla difesa, inserendosi nel lavoro già svolto da Gennaro Gattuso: nel corso del 2019, il Milan è la squadra che ha subito meno gol in assoluto della Serie A. Parte del merito va a Gigio Donnarumma: dopo i due errori nel derby dell’anno scorso e con la Sampdoria, il portierone è diventato totalmente affidabile. E’ maturato ed è diventato il “classico” portiere da grande squadra: arrivano pochissimi tiri e su quei tiri bisogna respingere tutto ciò che è parabile. In più compie qualche miracolo (lo ha fatto sia con Udinese che con il Brescia). Non per nulla si è preso stabilmente la Nazionale e in Europa è il numero uno per numero di parate decisive nei cinque principali campionati. HANDICAP CHAMPIONS. Detto che sarebbe meglio esserci in Champions, bisogna almeno cogliere l’opportunità di un’Inter che sarà reduce da una trasferta di Coppa. Avrà solo tre giorni per preparare il Derby, contro i cinque del Milan e qualche tossina in più. Come insegnano i grandi campioni, in un derby non esiste stanchezza e non è possibile che non ci siano gli stimoli giusti. Ma l’assenza di impegni settimanali è un vantaggio che va sfruttato. VANTAGGIO TATTICO. Nelle prime tre giornate, il Milan ha giocato contro tre squadre che si sono chiuse a doppia mandata, difendendo negli ultimi 35 metri e giocando solo in contropiede e menando come solo gli arbitri italiani ormai consentono. Anche Conte predilige un gioco in ripartenza molto veloce e pratico, ma di sicuro non si chiuderà come l’ultima delle provinciali. Giampaolo potrà finalmente disporre un Milan che avrà la possibilità di giocare a campo più aperto. Va da sé che il Milan dovrà viaggiare a una velocità superiore e mettere in campo più chili e centimetri e verticalizzazioni. I giocatori ci sono: Rebic, Hernandez, Bennacer. E’ la loro occasione. VANTAGGIO PSICOLOGICO. Il Milan non ha nulla da perdere. Anzi, per tutti gli osservatori il Derby è gia segnato. Ed assegnato per acclamazione all’Inter. Per cui anche un pareggio verrebbe considerato una vittoria o quanto meno un pronostico sovvertito. Ma per sfruttare a proprio vantaggio la situazione, la squadra deve fare un salto di maturità, entrando in campo da subito mettendo l’Inter di fronte alle proprie convinzioni di essere la più forte traformandole in illusioni. I NUOVI, ARMA A SORPRESA. Il fatto di non aver mai messo in campo dall’inizio i giocatori arrivati in estate, per Giampaolo potrebbe essere l’arma a sorpresa del Milan. Nessuno li ha visti giocare (ad eccezione di Benaccer), Conte probabilmente non se li aspetta e in ogni caso non sa come si integrano con gli altri. Carlo Ancelotti fece giocare Kaka titolare nel suo primo Derby, poche settimane dopo il suo arrivo e andò subito in rete. CABALA E PIATEK BLOCCATO. Negli ultimi 20 anni, il Milan (compresa la gara di ieri) ha vinto solo tre volte a Verona. E’ un campo difficile per i precedenti quasi “innominabili”. Per quello i tre punti valgono di più di qualsiasi critica. Inoltre, da tre anni i rossoneri non vincevano una partita alla ripresa del campionato dopo la sosta delle Nazionali. Sono segnali anche questi. Infine, si è sbloccato Piatek: il rigore non facile da segnare per la pressione che aveva addosso in quel momento. Basta ricordare cosa accadde a Higuain dal momento in cui sbagliò il rigore contro la Juventus. Inoltre, il centravanti polacco ha sfiorato pure la doppietta. Un buon viatico per il Derby: vi immaginate se ci fosse arrivato ancora a secco?

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Milan, i sette motivi per essere fiduciosi in vista del derby (nonostante tutto)

Dopo la partita con il Verona, bisognerebbe spiegare i tanti perché di una squadra che appare ancora confusa. Con un gioco poco brillante e poco veloce. Con giocatori ancora alla ricerca della loro migliore collocazione. E un allenatore “talebano” (come da sua definizione) che prosegue imperterrito sulle sue scelte, con poche concessioni ai tifosi e – diciamolo – al senso pratico. Così come bisognerebbe spiegare (anche se il Bollettino in parte l’ha già fatto) perché i nuovi non possano partire mai titolari (solo Bennacer con il Brescia, ma viene da pensare che sia avvenuto solo perché Biglia era infortunato). O che fine hanno fatto alcuni giocatori di cui non si hanno notizie da tempo, tra infortunati (Bonaventura, Conti, Caldara) e ultimi arrivati (Krunic, Leao, Duarte). Ma siccome appassionati, critici e giornalisti stanno parlando solo di questo, il Bollettino vuole giocare in contropiede e parlare d’altro. E guardare già al derby di sabato prossimo. Perché ci sono almeno sette buoni motivi per non essere così pessimisti come la maggior parte dei tifosi. Vediamoli nel dettaglio. DIFESA AL VERTICE. Assieme all’Inter, il Milan ha la migliore difesa della Serie A, dopo le prime tre giornate. Un solo gol preso e pochissime occasioni concesse (un paio a partita, non di più). Non a caso, l’unica rete è arrivata su calcio da fermo. Altre squadre sono colabrodi (Napoli 7 reti subite, Roma e Atalanta 6) e anche la Juventus non ha la solita solidità difensiva (3 reti subite). E’ vero che con i 3 punti sarebbe meglio privilegiare il gioco d’attacco, perché se vinci uno a zero, fino all’ultimo secondo un gol su ribattone o su autorete lo puoi sempre prendere. Ma è anche vero che le squadre si costruiscono dalla difesa e che se non prendi mai gol come minimo la pareggi. Il derby sarà un test molto interessante, visto che l’Inter ha il terzo attacco del campionato con 7 reti. DONNARUMMA SUPER. Non a caso Giampaolo ha iniziato a ricostruire la squadra proprio dalla difesa, inserendosi nel lavoro già svolto da Gennaro Gattuso: nel corso del 2019, il Milan è la squadra che ha subito meno gol in assoluto della Serie A. Parte del merito va a Gigio Donnarumma: dopo i due errori nel derby dell’anno scorso e con la Sampdoria, il portierone è diventato totalmente affidabile. E’ maturato ed è diventato il “classico” portiere da grande squadra: arrivano pochissimi tiri e su quei tiri bisogna respingere tutto ciò che è parabile. In più compie qualche miracolo (lo ha fatto sia con Udinese che con il Brescia). Non per nulla si è preso stabilmente la Nazionale e in Europa è il numero uno per numero di parate decisive nei cinque principali campionati. HANDICAP CHAMPIONS. Detto che sarebbe meglio esserci in Champions, bisogna almeno cogliere l’opportunità di un’Inter che sarà reduce da una trasferta di Coppa. Avrà solo tre giorni per preparare il Derby, contro i cinque del Milan e qualche tossina in più. Come insegnano i grandi campioni, in un derby non esiste stanchezza e non è possibile che non ci siano gli stimoli giusti. Ma l’assenza di impegni settimanali è un vantaggio che va sfruttato. VANTAGGIO TATTICO. Nelle prime tre giornate, il Milan ha giocato contro tre squadre che si sono chiuse a doppia mandata, difendendo negli ultimi 35 metri e giocando solo in contropiede e menando come solo gli arbitri italiani ormai consentono. Anche Conte predilige un gioco in ripartenza molto veloce e pratico, ma di sicuro non si chiuderà come l’ultima delle provinciali. Giampaolo potrà finalmente disporre un Milan che avrà la possibilità di giocare a campo più aperto. Va da sé che il Milan dovrà viaggiare a una velocità superiore e mettere in campo più chili e centimetri e verticalizzazioni. I giocatori ci sono: Rebic, Hernandez, Bennacer. E’ la loro occasione. VANTAGGIO PSICOLOGICO. Il Milan non ha nulla da perdere. Anzi, per tutti gli osservatori il Derby è gia segnato. Ed assegnato per acclamazione all’Inter. Per cui anche un pareggio verrebbe considerato una vittoria o quanto meno un pronostico sovvertito. Ma per sfruttare a proprio vantaggio la situazione, la squadra deve fare un salto di maturità, entrando in campo da subito mettendo l’Inter di fronte alle proprie convinzioni di essere la più forte traformandole in illusioni. I NUOVI, ARMA A SORPRESA. Il fatto di non aver mai messo in campo dall’inizio i giocatori arrivati in estate, per Giampaolo potrebbe essere l’arma a sorpresa del Milan. Nessuno li ha visti giocare (ad eccezione di Benaccer), Conte probabilmente non se li aspetta e in ogni caso non sa come si integrano con gli altri. Carlo Ancelotti fece giocare Kaka titolare nel suo primo Derby, poche settimane dopo il suo arrivo e andò subito in rete. CABALA E PIATEK BLOCCATO. Negli ultimi 20 anni, il Milan (compresa la gara di ieri) ha vinto solo tre volte a Verona. E’ un campo difficile per i precedenti quasi “innominabili”. Per quello i tre punti valgono di più di qualsiasi critica. Inoltre, da tre anni i rossoneri non vincevano una partita alla ripresa del campionato dopo la sosta delle Nazionali. Sono segnali anche questi. Infine, si è sbloccato Piatek: il rigore non facile da segnare per la pressione che aveva addosso in quel momento. Basta ricordare cosa accadde a Higuain dal momento in cui sbagliò il rigore contro la Juventus. Inoltre, il centravanti polacco ha sfiorato pure la doppietta. Un buon viatico per il Derby: vi immaginate se ci fosse arrivato ancora a secco?

EDITORIALE Per quale motivo ci sono così tanti malevoli pregiudizi sul Milan?

In un racconto di Woody Allen (che oltre a essere un grande regista è anche un brillante scrittore nonché autore di commedie per il teatrali), il protagonista colpito da improvvisa ricchezza, amato da donne bellissime e all’apice dell’attività professionale comincia a temere per il proprio futuro: “Speriamo che gli Dei siano voltati da un’altra parte…”. Ha ragione da vendere. Come insegnano gli antichi, gli Dei sono capricciosi e invidiosi dei successi degli umani. Non parliamo poi degli dei del calcio…. LA PUNIZIONE DEGLI DEI. A pensarci bene, il Bollettino poteva arrivarci anche prima. Quanto sta accadendo da otto anni a questa parte (dal 2011, ultimo scudetto dell’era Berlusconi), è chiaramente un prezzo da pagare per aver dominato il calcio in Italia ed essere stati tra i protagonisti assoluti di quello europeo (5 Champions vinte). Per qualche anno gli Dei del calcio hanno tollerato, ammirati da un gioco che da Sacchi in poi non era solo dovuto ai tanti campioni passati per Milanello. Ma anche a una mentalità che ha trasformato il mondo del pallone persino in un paese come il nostro che ha sempre fatto del primo non prenderle, del catenaccio e del contropiede un dogma inespugnabile. Non per nulla, assieme all’Ajax di Cruiyff e al Barcellona di Guardiola, il Milan di Sacchi viene indicato dall’Uefa come una delle squadre che hanno cambiato il calcio in Europa (e non solo). Tre squadre che non hanno solo vinto, ma anche convinto appassionati di tutte le latitudine ad applaudire indipendentemente dal tifo di appartenenza. TUTTO REMA CONTRO. Ma da otto anni a questa parte, tutto rema contro. E il Milan – complice anche una serie di errori clamorosi manageriali e sportivi – non ha più il favore degli Dei. Dal palo di Niang a Barcellona alla traversa colpita dall’Empoli al gol negli ultimi secondi del derby dell’anno scorso, se una cosa può andare storta è sicuro che ci andrà. Perché la vendetta degli Dei è spingere gli uomini a compiere errori in serie. C’è solo l’imbarazzo della scelta, a partire dalla cessione a un misterioso uomo d’affari cinese che ha avuto solo il merito di aver salvato i conti di Fininvest, ma ha gettato il Milan in pasto all’Uefa e al suo fair play finanziario e ha portato alla più costosa e meno redditizia (sportivamente parlando) campagna acquisti della storia del club rossonero. Per non parlare poi ddel buco di Mediaset Premium, che ha investito ingenti cifre per avere la Champions, mentre Fininvest chiudeva i rubinetti del Milan, rendendo pcoo competitivo il principale testimonial per fare il pieno di abbonamenti. DAGLI DEI AI CRITICI. Il Bollettino l’ha presa larga. Ma serviva a spiegare il contesto. Ora che non vince più, ora che dietro al Milan non c’è più uno degli uomini più potenti d’Italia (in evidente declino finanziario e politico), ora che sono stati commessi errori che nemmeno un dirigente sportivo alle prime armi, ora che gli allenatori non durano più di una stagione e mezza quando va bene, il club rossonero è diventato il bersaglio preferito di critici, osservatori, dirigenti. Per non parlare dei tifosi, che per troppi anni non hanno capito la situazione e hanno continuato a trincerarsi dietro il dogma “noi siamo il Milan”, senza ammettere di essere entrati nel tunnel del declino. TIRO AL BERSAGLIO. Tutto ciò è ormai chiaro anche al più irriducibile difensore delle Glorie passate. Ma questo non giustifica il pregiudizio che ormai aleggia sul Milan, qualunque cosa accada. Per esempio, le critiche che piovono copiose sul lavoro di Marco Giampaolo dopo solo due giornate di campionato. Oppure sulle prestazioni di Gigio Donnarumma, portiere di 20 anni messo in croce per ogni errore da quando ne aveva 17 (salvo poi essere al vertice delle classifiche europee). Per non parlare di coloro che hanno già sentenziato che la rosa del Milan non è da Champions: sarebbe interessante vedere quanti degli stessi critici l’anno scorso hanno pronosticato a inizio campionato il terzo posto dell’Atalanta. Il Bollettino vuole spezzare una lancia anche a favore di Gennaro Gattuso, che in un anno e mezzo al Milan ha fatto più punti del “veterano” Spalletti e del “fenomeno” Gasperini. Per finire, nessuno mette in rilievo il fatto che il Milan dall’inizio del 2019 ha la difesa meno battuta della Serie A. O che ha la rosa più giovane del campionato. DIECI ANNI PERSI. Ma è anche giusto così, quando non arrivano risultati e sei una delle squadre più blasonate d’Europa. Purtroppo si sono persi 10 anni: dopo l’ultima vittoria in Champions, Berlusconi e Galliani non hanno avuto il coraggio di ricominciare da capo, con un Milan di giovani italiani di talento, con un percorso simile all’Ajax. I tifosi, dopo tante vittorie, avrebbero capito. Hanno preferito una lenta decadenza. E ora risalire sarà complicato.

Milan, ecco perchè a Verona Rebic, Paquetà e Leao non partono titolari

Domani, con la conferenza stampa di Marco Giampaolo se ne dovrebbe avere la conferma. O quanto meno ci saranno le indicazioni, più o meno manifeste, del mister rossonero. Ma tutto fa pensare che l’undici titolare che inizierà la partita contro il Verona sarà lo stesso della gara contro il Brescia, con l’unica differenza di Kris Piatek al posto di André Silva. Dovrebbe anche esserci uno schieramento diverso nei tre della linea offensiva: Piatek è un finalizzatore e non può giocare falso nueve come aveva fatto Castillejo e un 433 ricogorso lascia l’attaccante polacco troppo isolato in mezzo ai due centrali. La certezza semmai è un’altra: Paquetà, Rebic e Leao partiranno dalla panchina e – salvo infortuni o centrocampisti ammoniti – dovrebbero entrare nella ripresa. Il che sta destando perplessità tra osservatori e tifosi. Per cui il Bollettino cercherà di dare una spiegazione sul perché Giampaolo non faccia giocare i nuovi arrivati. I quali, sulla carta, sono stati ingaggiati per alzare il livello della rosa e per giocare da titolari. Togliamo subito dal campo una possibile risposta: gli impegni con le rispettive nazionali. Altrimento il discorso dovrebbe valere anche per Calhanoglu. Bennacer, Suso e Kessie. Si può capire l’ingresso a partita in corso di Ante Rebic: il croato ha svolto il primo allenamento a Milanello soltanto ieri. Ma Paquetà e soprattutto Leao sono a dispiszione del mister ormai da tempo. La risposta, molto più razionalmente, sta nel metodo di lavoro di Giampaolo. Lui stesso si definisce un “talebano simmetrico”, mentre dai suoi estimatori è definito un “maestro di calcio. Questo significa che in allenamento cura nel dettaglio ogni singolo dettaglio: non solo schemi, ma anche postura del corpo, posizione sulle linee di intercetto, ripetizione maniacale dei movimenti (sia singoli che di squadra). Chi era a San Siro contro il Brescia ha potuto vedere gli spostamenti delle linee di ecntrocampo e difesa in certi momenti perfettamente sincronizzati, come fosse una danza. L’obiettivo è prendere meno gol possibili (e per il momento il Milan è una delle sei squadre ad aver subito solo un gol nelle prime due giornate). Se questo è l’obietivo principale di Giampaolo, è chiaro che è avvantaggiato chi cononosce e interpreta al meglio gli schemi del mister. Lo racconta chi lo ha seguito da vicino a Genova, sponda Sampdoria: almeno nella fase iniziale della stagione, il “titolare” che non assimila gli schemi non gioca, se non a partita in corso. Chi in allenamento non si mette a disposizione e pensa di giocare perché ha piedi o qualità superiore, non parte titolare. Giampaolo nemmeno lo nasconde. Nelle scorse settimane lo abbiamo sentito elogiare Castilljo come colui che interpreta alla perfezione i movimenti che gli chiede l’allenatore. E, in effetti, contro il Brescia si è messo a disposizione da falso nueve, mentre Silva si allargava sulla sinistra.Elogi anche per Suso, pronto a giocare sia da tre quartista che laterale destro. Non a caso, dopo la partita ha bachettato Lucas Paquetà per eccesso di giocate “alla brasiliana”: troppi tocchi e colpi che possono piacere al pubblico ma che non fanno parte dei movimenti imparati in allenamento. In altre parole, si può dire che Calhanoglu giocherà titolare fino a quando Paquetà non si sarà inserito nei meccanismi e Rebic paga il fatto di essere appena arrivato. Rafael Leao, invece, viene visto al momento come alternativa a Piatek come prima punta. Anche se ha fatto vedere numeri e giocate che potrebbero alzare – e non di poco – la qualità dell’attacco rossonero. Avrebbe più chance in un 4312, ma Suso come trequartista non ha funzionato e Giampaolo non vede Paquetà per il ruolo. C’è poi un’ultima questione da tener presente. Se i tre non partono titolari contro il Verona (una neopromossa), avranno spazio da subito contro l’Inter?

Milan bello a metà: Donnarumma numero uno in Europa, difesa meno battuta in Serie A

Se il calcio fosse un gioco in cui vince chi prende meno gol, il Milan dell’ultimo anno avrebbe sbaragliato tutti. Nel corso del 2019, i rossoneri sono la squadra meno battuta della Serie A: dal primo gennaio fino allo scorso turno di campionato, nel corso di 21 partite, il Milan ha subito soltanto 17 gol, tre in meno dell’Inter che la segue al secondo posto di questa speciale classifica. Vengono poi il Torino con 21 reti subite, la Juventus con 23, il Napoli con 27 e la Roma con 28.                                                                                                                                                                                                                                                      Tanta solidità (figlia dell’attenzione manicale con cui sia Gennaro Gattuso che Marco Giampaolo curano la fase difensiva) non è servita al Milan per centrare il traguardo della Champions arrivando nei primi quattro posti del campionato scorso. Così come non è bastato avere tra i pali il miglior portiere d’Europa.                                                                                                                                                                                                                            DONNARUMMA COMANDA. Gigio Donnarumma è il portiere che nel 2019 ha la più alta percentuale di parate tra tutti gli estremi difensori dei cinque principali campionati europei con almeno dieci presenze all’attivo. Donnarumma è in testa con l’81.9% di interventi decisivi, rivelandosi così il più efficace in assoluto. Alle sue spalle ci sono, per il momento, Jan Oblak dell’Atletico Madrid (81.2% di parate riuscite) e Salvatore Sirigu ( 79.2%).                                                                                                                                                                                                                                                                 NETTO MIGLIORAMENTO. Tra l’altro, il Milan ha nettamente migliorato la fase difensiva nel corso delle ultime due stagioni: nel campionato 2017-18 ha incassato 42 reti, classificandosi come la quinta meno battuta (contro un 6.o posto finale), mentre l’anno scorso le reti subite sono scese a 36 (valide per il terzo posto delle squadre meno batture, contro il 5.o posto finale).                                                                                                                                                                                                                                          SOLIDITA’ DI SQUADRA. E siccome alla fase difensiva, nel calcio moderno, concorrono tutti i reparti, compresi gli attaccanti che spesso si sfiancano in un gran lavoro in pressing sui difensori quando salgono a iniziare l’azione, viene da dire che il merito di tanta solidità sia di tutta la squadra. Cosa non funziona allora per giustificare il fatto che il Milan ha fallito anche negli ultimi due anno l’obiettivo del quarto posto?                                                                                                                                                                                                                                                                                          ATTACCO IN DIFFICOLTA’. La risposta è molto semplice. Il Milan non ha dimostrato altrettanta efficacia in attacco. Se nel campionato 2017-18 con 56 reti aveva ottenuto il sesto posto nella classifica degli attacchi più prolifici, l’anno scorso ha fatto peggio con 55 reti fatte che gli sono valse addirittura l’8.o posto. Pensare che gli sarebbero bastati 2 gol in più per arrivare tranquillamente al terzo posto, avendo anche perso una gara in meno sia di Inter che di Atalanta.                                          Ora, Kris Piatek, Ante Rebic e Rafael leao hanno il compito di invertire la tendenza.

Milan, allarme nei conti: il costo della rosa è più basso, ma nei ricavi Inter e Juve si allontanano

Diminuire i costi della rosa, assai eccessivi rispetti ai ricavi? Missione compiuta, per di più centrando l’obiettivo imposto dalla proprietà di puntare su giovani Under 23, di qualità e di prospettiva. Aumentare i ricavi per poi poter investire su campioni già affermati? A un anno dall’ingresso del fondo Elliott, l’obiettivo è ancora molto lontano e il distacco da Iuventus e Inter in Italia (per non parlare dei grandi club in Europa) rischia di diventare un solco sempre più difficile da colmare. Per essere chiari: la situazione non comporta un problema economico ( i conti sono sotto controllo e il Milan non ha debiti finanziari). Ma comporta un problema che incide a livello sportivo.                                                                                                                                                                                                        Riassunto in poche righe è quanto emerge dall’analisi dei numeri del Milan dopo la conclusione della sessione estiva di calciomercato. Boban e Maldini avevano il compito di abbassare il costo della rosa, partendo soprattutto dal monte ingaggi. Allo stesso tempo, rafforzandola con nuovi innesti. Ci sono riusciti? Sarà il campo a giudicare i nuovi acquisti, per quanto tutti i nuovi arrivati sono – sulla carta – giocatori molto interessanti. Più facile fare da subito i conti in tasca al club rossonero.                                                                                                                                                                                                        Partiamo dai costi per i giocatori. Il costo della rosa del Milan nella stagione scorsa (tenendo conto degli stipendi lordi, ammortamenti e spesa per i prestiti) era di 205 milioni.  In estate, abbiamo avuto in uscita la cessione di Cutrone (18 milioni) e Djalo (5 milioni), più la fine dei contratti di una serie di giocatori (da Montolivo a Strinic) e il prestito di Silva. Sono arrivati cinque nuovi giocatori, più un prestito (impegno di spesa complessivo per 80 milioni, con cinque contratti spalmati su cinque anni): come riportato anche dal sito CalcioFinanza, ora il costo della rosa si aggira sui 185 milioni, con 20 milioni risparmiati (con una riduzione attorno al 9 per cento).                                                                                                                                                                                                          Si poteva fare di più e meglio? Non c’è dubbio che Elliott avrebbe voluto fare di più: per ingaggiare altri giovani promettenti e in attesa di campioni più esperti, bisogna fare spazio nel bilancio. Per questo motivo, la società sarebbe stata disponibile a sacrificare Gigio Donnarumma o Suso nel caso di offerte adeguate. In ogni caso, il monte stipendi è sceso di circa 21 milioni, da 115 a 94 milioni (-18%). Gli ammortamenti dei calciatori (il costo del giocatore diviso per gli anni di contratto che diventa la quota da iscrivere nei costi effettivi ogni anno) sono pari a 90 milioni, in aumento di 17 milioni rispetto alla stagione precedente (+24%). Il costo dei giocatori arrivati in prestito diminuisce da 17 milioni a 2,5 milioni.                                                                                                                                                                                                                                                                                          Juve e Inter, costi in aumento. Anche se si poteva fare di più nella riduzione dei costi della rosa, il risultato – da un punto di vista del bilancio – è positivo. Se non altro perché il Milan è ripartito da ingaggi più consoni a una società che vuole ricostruire (attorno a 1,5 milioni per i nuovi entrati con l’unica eccezione di Ante Rebic). Juventus e Inter (senza offesa per le altre, ma sono le due squadre con cui “deve” confrontarsi il Milan) hanno fatto peggio: il costo della rosa dell’Inter è salito a 221 milioni (+16%) e quello della Juve è passato da 331 a 402 milioni (+22%).                                                                                                                                                                                                                                            Milan sconfitto nella partita dei ricavi. Il problema del MIlan – come il Bollettino ha già sottolineato –  si chiama “aumento dei ricavi”. Complice soprattutto l’uscita anticipata – rispetto alla stagione scorsa – da Europa League e Coppa Italia (meno incassi da diritti tv, biglietti e indotto commerciale), il Milan vedrà scendere i ricavi da 250 a circa 205 milioni. Quelli della Juve saliranno a 480-500 milioni, quelli dell’Inter (grazie alla Champions) dovrebbero raggiungere i 400 milioni. Bastano questi numeri per capire che il divario va colmato alla svelta.                                                                                                                                                                                                                                                                              I limiti di Juve e Inter. Non è e non può essere motivo di consolazione, ma anche Juve e Inter hanno qualche problema finanziario da risolvere. La Juve ha visto aumentare i debiti finanziari nell’ultimo anno del 50%, saliti a 464 milioni e potrebbe avere bisogno il prossimo anno di un aumento di capitale: il solo Ronaldo gli costa 90 milioni all’anno, quasi il 20% dei ricavi. L’Inter ha un ottimo rapporto tra ricavi e costo della rosa, ma ha tre operazioni di giocatori in prestiti che se non andassero in porto (Icardi, Peresic e Nianggolan) avrebbero un impatto rilevante, più una serie di giocatori presi in presito, il cui riscatto peserà sui prossimi bilanci. Sia per Juve e Inter, la differenza in bilancio la farà il percorso in Champions. Per aumentare i ricavi, almeno per quest’anno, il Milan non ha nemmeno questa possibilità.

Milan, ecco perchè Gazidis non può farsi sponsorizzare da società controllate o partecipate da Elliott

Solo due settimane fa, il consiglio di amministrazione del Milan ha analizzato i conti del primo semestre dell’anno, che completano il bilancio per tutta la stagione 2018-2019. Come già raccontato, si va verso un rosso attorno ai 90 milioni. Ma grazie ai capitali immessi da Elliott al momento del passaggio di controllo, non occorre un aumento di capitale. Se sarà necessario si provvederà l’anno prossimo. Il problema, semmai, è un altro: i ricavi rimangono stabili attorno ai 250 milioni. da segnalare un ulteriore particolare: solo un aumento del costo dei biglietti manterrà stabili i ricavi da stadio (tenendo poi conto che per la stagione appena iniziata non ci saranno gli incassi dell’Europa League). Il Bollettino ne aveva già parlato: sarebbe quanto mai urgente, in attesa del ritorno in Champions, aumentare i ricavi commerciali e da sponsorizzazioni. E’ il compito principale dell’amministratore Ivan Gazidis e della sua squadra, che deve fare i conti con le difficoltà del momento: una Serie A meno competitiva sportivamente e meno attrattiva per le tv rispetto a Premier League e Liga e con ricavi da stadio inferiori rispetto alla Bundesliga. LAPR0106-104-k6hC-U34025475305091B-528x329@Gazzetta-Web_528x329 Sul tema, molti tifosi si interrogano (e lo hanno chiesto anche al Bollettino) per quale motivo Elliott non “convince” aziende partecipate dal fondo a sponsorizzare il Milan. Del resto lo fanno in tanti: in Europa, il caso più noto è quello del Psg, che contribuisce ai ricavi del club parigino con la sponsorizzazione dell’ente del turismo del Qatar. In Italia, lo fa la Juve che ha intenzione di aumentare la sponsorizzazione di Jeep (marchio di Fca, controllata da Exor che controlla anche la società bianconera), lo fa il Sassuolo il cui proprietario è lo stesso del marchio Mapei, lo fa l’Inter con Suning che fa pubblicità allo stadio, add Appiano Gentile e rpsino sui campetti di allenamento delle giovanili. Attenzione al dettaglio: non si possono coprire le spese aggiuntive se non si aumentano i ricavi, dicono le regole del fair play finanziario dell’Uefa. Ma l’Uefa poi concede che ci siano sponsorizzazioni “infragruppo”, che non sono altro che forme di finanziamento più o meno mascherate. Allora, visto che l’Uefa lo concede, perché il Milan non fa lo stesso? La risposta è semplice: la proprietà del Milan non fa capo direttamente alla famiglia Elliott, se non per una piccolissima quota. Questo significa che proprietari del club rossonero sono alcuni fondi gestiti da Elliott. Ma sono soldi di altri, di investitori che confidano in Elliott perché garantisca loro un ritorno economico. In un recentissimo studio di una società specializzata inglese, Elliott risulta al decimo posto tra i fondi di investimento speculativi più redditizi nel mondo, con una massa gestita che supera i 38 miliardi di dollari. Nel 2018, nonostante non sia stato un anno favorevole per il settore dei fondi hedge, Elliott ha comunque garantito per i suoi investitori 800 milioni di dollari di guadagni. Tutto questo significa due cose. La prima: Elliott amministra soldi di altri e deve avere dei ritorni (in più di 30 anmi di attività è successo solo per due anni che non abbia guadagnato). Per cui Elliott deve gestire con molta ttenzione una società, soprattutto se la controlla direttamente. Se cominciasse a comprare campioni indebitandosi ne avrebbe un danno reputazionale: prima di cominciare a spendere per il Ronaldo di turno, deve dimostrare ai suoi invesitorie che il Milan può sostenersi finanziariamente da soloda solo. Nel caso del Milan poi la questione è resa ancora più complicata dalle regole del Fair play finanziario. Per cui arriviamo al secondo punto, quello che maggiormente interessa i tifosi: perchè Elliott non fa intervenire tramite sponsorizzazioni le società dove ha investito e dove esercita una certa influenza? In Italia, per esempio, è socio di rilievo in Telecom, marchio per definizione rivolto al grande pubblico. Il problema è di “credibilità“: Elliott entra nelle aziende perché convinta che potrebbero essere gestite meglio o perché potrebbero dare il via a operazioni straordinarie per aumentarne il valore per gli azionisti. In entrambi i casi, per guadagnarci. Avendo una credibilità sul mercato proprio per questo genere di operazioni, quando Elliott si muove, altri fondi la seguono e investono a loro volta appoggiandone le azioni in assemblea. Se cominciasse a spingere i manager a sponsorizzare il Milan, risultando evidente il conflitto di interesse, gli altri fondi potrebbero prenderne le distanze. E’ un vantaggio dal punto di vista della solidità economica e come garanzia di una buona gestione. Inoltre, volendo uscire tra qualche anno dal MIlan guadagnandoci, questo non potrà che avvenire riportando il MIlan a livelli – sportivi e finanziari – più alti degli attuali. Il lato negativo è che Elliott rimane una proprietà di passaggio, con l’incognita di chi arriverà dopo il fondo americano.